Firenze è una di quelle città in cui si potrebbe tornare infinite volte senza avere mai la sensazione di aver visto tutto. Noi abbiamo avuto poco più di 48 ore, dal venerdì sera alla domenica pomeriggio, e abbiamo deciso di riempirle di arte, passeggiate e buon cibo.
Alla fine, però, ripensando al viaggio, a rimanere impressi non sono stati soltanto Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Andrea del Sarto, Tiziano o Caravaggio. Sono rimaste soprattutto le storie. Abbiamo incontrato un quadro distrutto in diciassette pezzi e poi ricomposto, un maestro che secondo Vasari avrebbe smesso di dipingere dopo aver visto l’angelo del suo giovane allievo, Michelangelo che raddoppia il prezzo di un dipinto perché il committente prova a contrattare, una Madonna che da secoli chiamiamo “delle Arpie” anche se quelle creature forse arpie non sono. E poi una bistecca alla fiorentina, il profumo del pesto, un bicchiere di Chianti, il lampredotto mangiato al mercato. E soprattutto le persone.
Venerdì - arrivare a Firenze passando da Pisa
Per questo viaggio abbiamo scelto di volare da Brindisi su Pisa e proseguire da lì in treno fino a Firenze. Una soluzione comodissima per un weekend senza automobile. Una volta arrivati a Santa Maria Novella, ci siamo mossi praticamente sempre a piedi.
Per dormire scegliamo la Casa dei Tintori, un B&B ricavato in un palazzo del Duecento, nel cuore della Firenze più antica, a pochi passi da Santa Croce. Ci accolgono Riccardo e sua moglie Lavinia, due giovani gestori che ci fanno sentire subito a casa e ci regalano preziosi consigli da veri insider. La nostra stanza è carinissima, con bagno privato e tutti i comfort. Lasciamo gli zaini e usciamo, abbiamo voglia di assaporare subito Firenze di notte.
Crostini, fiorentina e Santa Croce di notte
Il primo appuntamento è alle 21:00 all’Osteria dei Pazzi, una delle ultime roccaforti fiorentine rimaste in centro. La gestisce un gruppo di amici, fiorentini doc, a cui piace mangiare, bere, e condividere piatti deliziosi con gli ospiti in un ambiente accogliente e informale. Abbiamo scelto crostini toscani e bistecca alla fiorentina per entrare in modo deciso nella gastronomia della città.
Dopo cena raggiungiamo Piazza Santa Croce. La basilica illuminata domina la piazza e qui seduti su una panchina incontriamo idealmente Dante Alighieri. La sua statua è davanti alla chiesa, ma Dante riposa a Ravenna, dove morì in esilio nel 1321. Firenze tentò più volte di riaverne le spoglie e Santa Croce conserva ancora oggi il suo cenotafio, una tomba senza corpo.
Certo che la storia è proprio ironica! Firenze condannò Dante all’esilio e nei secoli successivi fece di tutto per riportarlo a casa, ma senza successo. Santa Croce, del resto, è il pantheon della cultura italiana. Qui riposano Michelangelo, Galileo, Machiavelli e Rossini. Noi restiamo nella piazza, godendoci un po’ di frescura notturna con Dante che osserva Firenze. Poi passeggiamo estasiati dalla bellezza di Palazzo Vecchio, degli Uffizi arrivando fino al Ponte Vecchio, prima di andare a dormire.






Sabato, una mattina dentro gli Uffizi
Alle 8:15 entriamo alla Galleria degli Uffizi. Siamo tra i primi visitatori, una scelta strategica per ammirare con calma le meraviglie custodite in sale che sembrano ancora respirare la storia. Gli Uffizi non nascono come museo. A metà del Cinquecento Cosimo I de’ Medici affida a Giorgio Vasari la costruzione di un palazzo destinato agli uffici delle principali magistrature fiorentine. Nel 1769 il granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena riorganizza le collezioni medicee e apre la galleria al pubblico. Fondamentale era stato il gesto di Anna Maria Luisa de’ Medici nel 1737. Dopo la morte del fratello Gian Gastone, firmò con gli Asburgo-Lorena il “Patto di Famiglia”, vincolando le collezioni alla Toscana e a Firenze e impedendone la dispersione, «per ornamento dello Stato, per utilità del pubblico e per attirare la curiosità dei forestieri». Una straordinaria anticipazione della tutela del patrimonio culturale.



Botticelli, quando la mitologia diventa filosofia
Lasciamo alle spalle Piazza della Signoria e la Loggia dei Lanzi, che custodisce capolavori come il Perseo di Cellini e il Ratto delle Sabine di Giambologna. Attraversiamo il piazzale degli Uffizi, accompagnati dalle statue dei protagonisti della cultura toscana, ed entriamo. Percorriamo le sale del secondo piano, sotto soffitti affrescati a grottesche, passando tra fondi oro e opere di Giotto e Cimabue, fino alla Primavera di Botticelli. Ci troviamo di fronte ad un giardino fuori dal tempo. A destra Zefiro insegue Clori, che si trasforma in Flora; al centro domina Venere, con Cupido sopra di lei; a sinistra danzano le Tre Grazie, mentre Mercurio sembra allontanare le nuvole. La Primavera nasce nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, in un ambiente culturale influenzato dal neoplatonismo di Marsilio Ficino. Secondo una delle possibili letture, il dipinto conduce dalla rinascita della natura all’amore istintivo, poi alla bellezza e infine a una dimensione più alta. Nella stessa sala ritroviamo Venere sopra una conchiglia. Il titolo “Nascita di Venere” ci inganna perché Venere è già nata e sta approdando sulla costa. Il corpo non è anatomicamente perfetto perché Botticelli non cerca una donna reale, ma un’idea di bellezza.



La Tribuna, la stanza delle meraviglie dei Medici
Subito dopo Botticelli ci affacciamo alla Tribuna, il piccolo ambiente ottagonale progettato da Bernardo Buontalenti per Francesco I de’ Medici alla fine del cinquecento. Sculture antiche, dipinti, oggetti preziosi e curiosità naturali convivono in una vera camera delle meraviglie. Alziamo gli occhi e la cupola scintilla di conchiglie e madreperla. La stanza stessa è un capolavoro!



Leonardo, l’allievo che supera il maestro
Davanti al Battesimo di Cristo di Verrocchio incontriamo una delle storie più celebri del Rinascimento. Il giovane Leonardo partecipò alla realizzazione del dipinto e a lui viene attribuito lo splendido angelo di profilo inginocchiato sulla sinistra. Vasari racconta che Verrocchio, vedendolo, decise di non dipingere mai più. Probabilmente il racconto è teatrale, ma spiega bene il genio di Leonardo.
Poco distante troviamo l’Annunciazione, con la sua prospettiva aerea che sfuma i contorni in lontananza e con i minuziosi dettagli delle ali dell’angelo e dell’erba del prato. Poi l’Adorazione dei Magi, rimasta incompiuta. Leonardo ricevette la commissione nel 1481, ma partì per Milano lasciando l’opera allo stato preparatorio. È come osservare un capolavoro mentre nasce, con già visibili quei «moti dell’anima» che voleva rappresentare.



Piero della Francesca, Federico e Battista si guardano per sempre
Prima di giungere nella sala di Michelangelo e Raffaello ci fermiamo davanti al dittico di Federico da Montefeltro e Battista Sforza dove i due coniugi sono rappresentati di profilo contro un paesaggio luminosissimo. Federico mostra il lato che evita la parte del volto segnata da una grave ferita; Battista ha una carnagione quasi irreale e il ritratto assume un’intensità particolare perché fu realizzato quando lei era già morta. Sul retro compaiono i trionfi allegorici dei due coniugi.
Michelangelo e il Tondo Doni
Ed eccoci davanti al Tondo Doni, l’unico dipinto su tavola compiuto di Michelangelo giunto fino a noi. I corpi della Sacra Famiglia sembrano scolpiti; sullo sfondo compaiono gli ignudi, in una composizione che anticipa il Manierismo. Ma l’aneddoto più divertente riguarda il prezzo. Secondo Vasari, Michelangelo chiese 70 ducati; Agnolo Doni ne offrì 40; l’artista alzò la richiesta a 100 e, quando Doni accettò i 70 iniziali, ne pretese 140. Una cosa è chiara, con Michelangelo era meglio non chiedere sconti!



Raffaello con la Madonna del Cardellino e Leone X
La Madonna del Cardellino, dipinta durante il soggiorno fiorentino di Raffaello, sopravvisse al crollo della casa di Lorenzo Nasi nel 1547. Si spezzò in diciassette frammenti, poi ricomposti. È un simbolo di armonia con la Vergine, Gesù Bambino e San Giovannino che interagiscono con grazia e perfetto equilibrio. Il piccolo cardellino allude invece alla futura Passione di Cristo.
Nel Ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, Raffaello racconta invece il potere. Leone X è Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Sul tavolo vediamo un prezioso manoscritto miniato e una lente d’ingrandimento; sul pomolo della sedia si riflette persino una finestra. Giulio de’ Medici diventerà poi papa Clemente VII.
Raffaello e il San Giovanni Battista
Prima di lasciare la sala incontriamo il San Giovanni Battista più celebre degli Uffizi, realizzato a Roma intorno al 1518 da Raffaello. Il giovane Battista, quasi nudo e avvolto nella pelle, emerge con una presenza fisica potentissima e indica la croce. E’ il precursore, colui che annuncia Cristo! Questa posa ci ricorda il Laooconte, pochi anni prima ritrovato a Roma. Il dipinto fu commissionato dal cardinale Pompeo Colonna e passò poi nelle collezioni medicee.



Andrea del Sarto e la Madonna delle Arpie
Poco più avanti troviamo la sala di Andrea del Sarto che Giorgio Vasari definì il pittore “senza errori”. Davanti alla Madonna delle Arpie del 1517 si capisce perché. Equilibrio raffaellesco, monumentalità michelangiolesca e morbidezza che ricorda Leonardo si fondono in un linguaggio personale.
Sul piedistallo compaiono creature mostruose. Vasari le interpretò come arpie e il nome rimase, ma oggi sono spesso lette come le locuste dell’Apocalisse di San Giovanni. La pala era stata realizzata per il monastero di San Francesco de’ Macci; nel Settecento il Gran Principe Ferdinando de’ Medici volle acquisirla e le monache accettarono di cederla ottenendo in cambio lavori per il loro complesso. Un’opera nata per la devozione diventava così un capolavoro da collezione.
Tiziano e la sua Venere
La Venere di Urbino, dipinta nel 1538 per Guidobaldo II della Rovere, ci guarda direttamente. Sul fondo due domestiche cercano qualcosa in un cassone e ai piedi della donna dorme un cane, spesso interpretato come richiamo alla fedeltà coniugale. La Venere di Botticelli apparteneva a un mondo ideale; quella di Tiziano è presente, consapevole, terrena.



Il Realismo di Caravaggio
Infine, con Caravaggio cambia tutto. Il suo realismo è crudo, diretto; il chiaroscuro e la luce non si limitano a illuminare le scene, ma rivelano la psicologia dei personaggi. Nel Bacco un ragazzo reale ci offre una coppa di vino. Si tratta di un invito al carpe diem e un monito sulla caducità della vita, richiamata anche dalla frutta dipinta con tutte le sue imperfezioni. Nella Medusa il terrore esplode su uno scudo nell’istante in cui la testa viene recisa; nel Sacrificio di Isacco l’angelo interviene un attimo prima che sia troppo tardi, mentre Isacco ci guarda e ci coinvolge. Con Caravaggio non osserviamo più la scena da fuori, ci finiamo dentro! Intorno, le opere di Artemisia Gentileschi aggiungono drammaticità e pathos.






Il Corridoio Vasariano
Alle 10:15 dobbiamo lasciare le sale. Ci aspetta l’ingresso al Corridoio Vasariano, dalla sala D19 degli Uffizi. Vasari lo costruì nel 1565, in occasione del matrimonio di Francesco I de’ Medici con Giovanna d’Austria, per permettere alla corte di spostarsi tra Palazzo Vecchio, centro del potere, e Palazzo Pitti, residenza granducale, senza attraversare le strade e mescolarsi al popolo, al riparo anche dalle congiure. Lungo il percorso alcune finestrelle ci riportano a quando i Medici potevano osservare, e secondo la tradizione ascoltare, la vita cittadina senza essere visti. Immaginiamo i granduchi intenti a osservare dall’alto la vita che scorreva sotto di loro. Poi si apre una finestra su Ponte Vecchio e Firenze cambia prospettiva. Scorgiamo il monumento a Benvenuto Cellini, orafo, scultore e personaggio controverso, che tornerà protagonista della giornata. Incontriamo busti e sculture antiche e ci emozioniamo, stiamo davvero camminando nella storia! Dopo aver sbirciato nella chiesa di Santa Felicita e attraversato l’Arno, sbuchiamo nell’area di Palazzo Pitti e del Giardino di Boboli.









Dai Pitti ai Medici
Fu Luca Pitti a volere la grande residenza nel Quattrocento; nel 1549 il palazzo fu acquistato da Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici. La casa dei Pitti diventò così la grande residenza della corte medicea sull’altra riva dell’Arno, fino alla loro estinzione nel 1743. Poi divenne residenza per gli Asburgo Lorena fino al 1859, palazzo reale per i Savoia, e nel 1911 passò allo Stato italiano.
Il cortile dell’Ammannati
Ci colpisce subito il monumentale cortile realizzato da Bartolomeo Ammannati. Le arcate e il particolare bugnato trasformano l’architettura in scenografia e conducono lo sguardo verso Boboli. Palazzo e giardino diventano parti dello stesso progetto. Nel piano nobile c’è la galleria palatina e gli appartamenti reali.



La Galleria Palatina e le icone russe
Nella Galleria Palatina dimentichiamo l’idea del museo contemporaneo. I dipinti ricoprono le pareti, tra stucchi, soffitti affrescati e cornici dorate. È l’horror vacui, la paura del vuoto tipica delle quadrerie principesche. Incontriamo Raffaello con la Velata, identificata da alcuni con Margherita Luti, la figlia di un fornaio di Trastevere che l’artista avrebbe amato, e ancora la Madonna della Seggiola e la Madonna dell’Impannata. Poi Tiziano, Rubens e Caravaggio. Al secondo piano si trova la Galleria d’Arte Moderna; il palazzo ospita inoltre il Museo della Moda e del Costume, con testimonianze dal Settecento a oggi, e il Tesoro dei Granduchi. Pitti è un luogo fondamentale anche per la storia della moda italiana.
Al piano terreno ci sorprende anche il Museo delle Icone Russe. Si tratta di una raccolta storica di 78 icone, formatasi tra Medici e soprattutto Lorena, considerata il più antico nucleo collezionistico di questo genere fuori dalla Russia. Fondi dorati, figure frontali e immagini nate per la devozione creano un improvviso cambio di linguaggio dopo il Rinascimento italiano.









Il pranzo che ci ha rubato il cuore da 5 e Cinque
Dopo Uffizi, Corridoio e Pitti andiamo da “5 e Cinque”, in Oltrarno. Lasciamo per poche ore la Toscana e ci trasferiamo in Liguria. Testaroli e gnocchi al pesto, ma soprattutto un’accoglienza che non si può prenotare insieme al tavolo. Silvio ci ha letteralmente rubato il cuore! Ci sono ristoranti di cui ricordi non solo il sapore dei piatti ma anche il calore delle persone.






Boboli e la Grotta del Buontalenti
Dopo pranzo entriamo nel Giardino di Boboli, un giardino all’italiana che ha influenzato tutta l’Europa. Percorriamo viali, osserviamo prospettive, statue e fontane, che trasformano la natura in pura scenografia. Nella Grotta del Buontalenti ci aspetta un mondo fantastico di rocce artificiali, concrezioni, pittura e scultura. Qui furono collocati i quattro Prigioni di Michelangelo, trasferiti solo nel 1908 alla Galleria dell’Accademia e sostituiti da copie. Il sabato vediamo il luogo che li aveva ospitati; la domenica incontreremo gli originali. Boboli è anche il posto perfetto per passeggiare, stupirsi e godere di panorami incredibili su Firenze e la campagna toscana.






Firenze raccontata a piedi: il free tour fino al tramonto
Alle 17:30 comincia il nostro free tour prenotato online con “Original Florence”. Due ore e mezza di racconti, incontrando Santa Maria Novella, Le Cappelle Medicee, il Mercato e la Basilica di San Lorenzo, Palazzo Medici Riccardi, Piazza della Repubblica, Orsanmichele, Duomo e Battistero, Piazza della Signoria, Uffizi e infine, Ponte Vecchio al tramonto.
Il centro storico di Firenze
Partiamo dalla facciata di Santa Maria Novella, completata da Leon Battista Alberti; Domenica avremmo visitato anche gli interni. A San Lorenzo incontriamo il monumento a Giovanni delle Bande Nere di Baccio Bandinelli e la facciata rimasta grezza. Ci chiediamo la meraviglia che sarebbe stata, visto che Michelangelo aveva progettato, un rivestimento che non fu mai realizzato.
A Palazzo Medici Riccardi, progettato da Michelozzo per Cosimo il Vecchio, il bugnato più possente in basso e più leggero salendo sembra raccontare una precisa strategia, ovvero quella di mostrare il potere senza trasformare apertamente una casa privata in una reggia, per non destare invidie e critiche.



Il Duomo e la cupola impossibile
In Piazza del Duomo, la cupola di Brunelleschi ci ricorda che quello che oggi fotografiamo come simbolo romantico di Firenze fu anzitutto una sfida ingegneristica straordinaria. Brunelleschi ideò una struttura a doppia calotta, separata da un’intercapedine, e utilizzò anche la disposizione dei mattoni a spina di pesce per renderne possibile la costruzione senza le tradizionali centine. Oggi Brunelleschi è sepolto nella cattedrale, sotto la sua immensa cupola. La lanterna, completata dopo la sua morte, contribuisce alla stabilità dell’insieme. La cattedrale sorge sull’antica Santa Reparata e la sua costruzione fu sostenuta dall’Arte della Lana, una delle corporazioni più ricche della città. Il progetto fu affidato ad Arnolfo di Cambio, che avviò i lavori nel 1296; dopo la sua morte intervenne Francesco Talenti, modificando anche le proporzioni della navata. La facciata che ammiriamo oggi non è medievale, bensì neogotica, opera ottocentesca di Emilio De Fabris. In questo complesso si consumò la congiura dei Pazzi. In quell’occasione Giuliano de’ Medici venne ucciso durante la messa, mentre Lorenzo il Magnifico, ferito, riuscì a salvarsi rifugiandosi in sagrestia. Accanto, il campanile di Giotto, alto circa 85 metri, fu completato dopo la sua morte, da Andrea Pisano e Francesco Talenti, che arricchirono e alleggerirono la struttura con aperture gotiche. Le decorazioni raccontano arti e virtù, con statue nelle nicchie, dove si trova rappresentato perfino il cane di Giotto!
Davanti al Battistero ottagonale, l’edificio più antico della piazza, pensiamo alle porte di Ghiberti e alla tradizione, riportata da Vasari, secondo cui Michelangelo avrebbe chiamato quella orientale «Porta del Paradiso». Le altre due sono la porta sud di Andrea Pisano, con episodi della vita di San Giovanni Battista, e la porta nord di Ghiberti, con scene del Nuovo Testamento. Quelle che vediamo all’esterno sono però copie perchè gli originali si conservano al Museo dell’Opera del Duomo.
Piazza della Repubblica
Proseguiamo poi verso Piazza della Repubblica, elegante salotto cittadino costruito proprio nel cuore dell’antica Florentia romana, dove sorgeva il foro e si incrociavano cardo e decumano.
Nel Medioevo qui si trovavano il Mercato Vecchio e un fitto intreccio di vicoli e botteghe, in gran parte demoliti durante il “Risanamento” ottocentesco. A ricordare quella trasformazione resta il grande Arcone, con la famosa iscrizione «L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito».
Oggi, con i suoi caffè storici, i portici e la caratteristica giostra dei cavalli, è uno dei luoghi più vivaci ed eleganti del centro. Da qui, in pochi passi, raggiungiamo l’Orsanmichele.
A Orsanmichele le Arti fiorentine affidarono le nicchie esterne ai grandi scultori del tempo. Qui troviamo Donatello con San Giorgio, Ghiberti con San Giovanni Battista e San Matteo, Nanni di Banco con i Quattro Santi Coronati, Verrocchio con l’Incredulità di San Tommaso. Commercio, fede, denaro e bellezza finiscono così per intrecciarsi.
Il cuore politico di Firenze
Se il Duomo racconta la Firenze religiosa, Piazza della Signoria è il cuore della città civile e politica. Palazzo Vecchio nacque come sede del governo e cambiò nome insieme alla storia cittadina. Da Palazzo dei Priori a Palazzo della Signoria, fino a Palazzo Vecchio, quando la corte si trasferì a Pitti. Progettato da Arnolfo di Cambio, sorse nell’area di precedenti edifici cittadini. La torre si innalza su una struttura preesistente; il palazzo presenta merlature guelfe, mentre quelle della torre sono a coda di rondine, di forma ghibellina, a rappresentare la pacificazione tra le due fazioni nemiche durante il periodo della Repubblica Fiorentina.
A questo punto il nostro percorso acquista un senso ancora più chiaro. Palazzo Vecchio era il centro del potere; Palazzo Pitti diventò la residenza della corte; il Corridoio Vasariano, passando dagli Uffizi e sopra Ponte Vecchio, collegava i due mondi.
Davanti al palazzo c’è oggi una copia del David di Michelangelo, mentre l’originale ci aspetta all’Accademia. Accanto, Ercole e Caco di Baccio Bandinelli e la Fontana del Nettuno di Ammannati, lo stesso artista del cortile di Pitti. All’interno rinascimento puro con l’imperdibile salone dei 500!
Nella Loggia dei Lanzi incontriamo il Perseo con la testa di Medusa di Benvenuto Cellini. Nella propria autobiografia Cellini racconta una fusione quasi catastrofica, salvata gettando nello stampo anche oggetti di stagno. Quanto sia cronaca e quanto autocelebrazione resta parte del fascino della storia. Poco distante, il Ratto delle Sabine di Giambologna anticipa un altro incontro del giorno successivo.
Gli Uffizi da fuori e Ponte Vecchio al tramonto
Attraversiamo il piazzale degli Uffizi. Il suo nome ricorda, come già detto, gli uffici amministrativi voluti da Cosimo I e progettati da Vasari. Poi raggiungiamo Ponte Vecchio al tramonto. Un attraversamento dell’Arno esisteva già in epoca romana, lungo il collegamento con la via Cassia. Su questo ponte era posizionata anche una statua di Marte, antico protettore della città, prima di San Giovanni Battista, proveniente dal tempio che sorgeva dove oggi si trova il Battistero. L’alluvione del 1333 distrusse il ponte precedente e spazzò via la statua che andò così perduta per sempre. L’ attuale ponte fu ricostruito nel 1345, su progetto che Vasari attribuì a Taddeo Gaddi, mentre parte della critica moderna propende nell’attribuirlo a Neri di Fioravanti. Il ponte deve parte della sua capacità di resistere alle piene ai suoi archi ribassati, con due pile e tre ampie campate, che facilitano il deflusso dell’acqua e limitano l’accumulo dei detriti.
Per secoli il ponte ospitò botteghe di macellai e venditori di carne, trasferiti qui nel Quattrocento anche perché gli scarti potevano essere gettati direttamente nel fiume. Nel 1593 Ferdinando I de’ Medici favorì invece l’insediamento degli orafi. Via la carne, dentro l’oro! Quel commercio appariva infatti più adatto al passaggio della corte lungo il Corridoio Vasariano. Le botteghe sembrano sospese sul fiume grazie agli sporti, sostenuti da beccatelli in pietra. E sopra corre il Corridoio Vasariano! Dopo aver ammirato il ponte dall’alto, ora lo attraversiamo mentre il giorno finisce, e l’Arno riflette gli ultimi raggi di sole.






Acqua al 2 e il Chianti
La sera, da Acqua al 2, scegliamo gli assaggi di primi e secondi accompagnati da un Chianti. Ceniamo con luci basse e calibrate, su tavoli in legno in un’ atmosfera unica. Su tutto spiccano le centinaia di piatti appesi alle pareti del ristorante, disegnati e firmati da attori e musicisti internazionali che sono passati da qui almeno una volta. Concludiamo così in bellezza una giornata che sembra essere durata una settimana.



Domenica - Giambologna, Michelangelo e strumenti musicali rarissimi
Alle 9:00 entriamo alla Galleria dell’Accademia. Tutti arrivano pensando al David, ma scopriamo subito che l’Accademia è molto di più; nata per scopi didattici per gli allievi dell’Accademia di Belle Arti oggi custodisce dei tesori incredibili.
La Sala del Colosso e il Ratto delle Sabine
Nella Sala del Colosso, chiamata così perchè ospitava il calco in gesso dei Dioscuri di Montecavallo (Castore e Polluce), troviamo il grande modello in terracruda dipinta di bianco del Ratto delle Sabine di Giambologna. L’originale in marmo lo avevamo ammirato il giorno prima nella Loggia dei Lanzi. Tre corpi si avvolgono in una spirale ascendente, costringendo lo spettatore a girare intorno alla scultura. Non esiste un unico punto di vista! In basso troviamo un vecchio, poi un giovane e una donna che tenta di liberarsi, secondo la celebre figura serpentinata. Alle pareti, dipinti del Quattrocento e del primo Cinquecento esaltano in maniera incredibile il modello del Giambologna.



I Prigioni
Poi arriviamo ai quattro Prigioni, o Schiavi. Si tratta del Giovane, il Barbuto, l’Atlante e lo schiavo che si desta. Il giorno prima eravamo nella Grotta del Buontalenti, dove rimasero per secoli; ora abbiamo davanti gli originali. Concepiti per il tormentato progetto durato oltre 40 anni della tomba di Giulio II (mai più realizzata), sono straordinari proprio per il loro non-finito. Le figure sembrano lottare contro il marmo per uscirne. Per Michelangelo la forma era già racchiusa nel blocco e scolpire significava liberarla, procedendo «per via di levare», un’idea che dialoga con il pensiero neoplatonico.
Michelangelo nascosto dentro il marmo
Qui incontriamo anche il San Matteo, iniziato per un progetto destinato al Duomo e rimasto incompiuto, che sembra torcersi per uscire dal blocco. Una parte della figura è già emersa, un’altra è ancora prigioniera della pietra. È quasi una lezione aperta sul modo di scolpire di Michelangelo.
La Pietà di Palestrina
Insieme a questi si trova la cosiddetta Pietà di Palestrina, una composizione monumentale e drammatica, tradizionalmente attribuita a Michelangelo ma oggi oggetto di discussione critica.






Il David che doveva stare sul Duomo
Poi compare il David, sotto la Tribuna progettata da Emilio De Fabris nel 1882. Michelangelo lo scolpì tra il 1501 e il 1504 da un enorme blocco di marmo già lavorato e abbandonato da molti scultori. Era destinato al complesso del Duomo, ma una commissione di artisti, tra cui Leonardo e Botticelli, discusse una collocazione più visibile. Finì davanti a Palazzo Vecchio, diventando anche simbolo della Repubblica fiorentina. Nel 1873 fu trasferito all’Accademia per proteggerlo dagli agenti atmosferici. Michelangelo nel suo David sceglie l’istante prima dell’azione e costruisce il corpo secondo il chiasmo, uno schema a X tra tensione e rilassamento. Le proporzioni non sono perfettamente naturalistiche. La testa e le mani appaiono grandi! Una lettura le collega alla destinazione originaria, in alto sul Duomo, come correzione ottico-prospettica; un’altra vi riconosce l’enfasi sull’intelletto, rappresentato dalla testa, e sull’azione, affidata alle mani.
Ieri avevamo visto il luogo del David. Oggi vediamo il David. Proprio come con la Grotta del Buontalenti e i Prigioni. All’interno della galleria troviamo anche numerosi dipinti dal duecento fino al cinquecento e una gipsoteca con 400 calchi in gesso del celebre scultore Lorenzo Bartolini e del suo allievo Luigi Pampaloni.



Il Museo degli Strumenti Musicali
Quando pensiamo che la visita sia finita, scopriamo il Museo degli Strumenti Musicali. La collezione racconta il ruolo della musica alla corte medicea attraverso strumenti preziosi e rarissimi, compresi esemplari legati ai grandi maestri della liuteria, tra questi la viola tenore realizzata nel 1690 da Stradivari.
Qui la storia porta anche a Bartolomeo Cristofori, chiamato alla corte di Ferdinando de’ Medici. Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento sviluppò il nuovo strumento a tastiera capace di variare l’intensità del suono in base al tocco, all’origine del pianoforte moderno. Eravamo entrati per il David e ne usciamo con molta più storia di quanto immaginassimo.



Le Cappelle Medicee
Ci spostiamo verso le Cappelle Medicee ed entriamo nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo, progettata da Michelangelo tra il 1520 e il 1534 su commissione dei papi medicei Leone X e Clemente VII. Qui l’architettura dialoga con la Sagrestia Vecchia, progettata un secolo prima da Brunelleschi, ma Michelangelo addossa alle pareti le tombe monumentali, lasciando il centro libero, invitando lo sguardo a salire verso la cupola. Sulle tombe dei duchi Giuliano e Lorenzo de’ Medici Michelangelo dispone le allegorie del Giorno e della Notte, dell’Aurora e del Crepuscolo. Qui il tempo nasce, raggiunge la pienezza e scompare, mentre le figure sembrano scivolare verso il basso. La Notte è una donna addormentata, sorprendentemente reale. Giovanni Strozzi scrisse versi invitando a svegliarla per sentirla parlare; Michelangelo rispose in poesia che, finché duravano «il danno e la vergogna», era meglio dormire e non vedere né sentire, alludendo alla situazione politica a Firenze di quegli anni. I due duchi qui celebrati sono figure meno celebri della dinastia rappresentati anch’essi sul monumento funebre. A chi criticava la mancata somiglianza dei loro volti, la tradizione attribuisce a Michelangelo una risposta fulminante, “dopo mille anni, chi avrebbe potuto accorgersene? Lorenzo il Magnifico e suo fratello Giuliano riposano invece in una sepoltura più sobria, sotto la Madonna con il Bambin Gesù in grembo. Michelangelo aveva previsto anche per loro un monumento grandioso, rimasto incompiuto dopo gli sconvolgimenti politici e il trasferimento dell’artista a Roma nel 1534. Ai lati della Madonna si trovano le statue dei Santi protettori della famiglia Medici, San Cosma (eseguita da Giovanni Angelo Montorsoli) e San Damiano (eseguita da Raffaello da Montelupo).
La stanza segreta di Michelangelo
Sotto la Sagrestia Nuova si nasconde un piccolo ambiente, una sorta di corridoio cieco illuminato da due finestrelle, riscoperto nel 1975 durante alcuni lavori. Sulle pareti sono emersi disegni a carboncino e sanguigna, alcuni dei quali messi in relazione con Michelangelo. La tradizione lo identifica come il rifugio segreto dell’artista nel 1530, dopo la caduta della Repubblica Fiorentina. Michelangelo aveva lavorato alle fortificazioni repubblicane e temeva la reazione dei Medici. Non tutte le attribuzioni sono certe e anche la ricostruzione del nascondiglio richiede prudenza, ma il fascino di questa piccola capsula del tempo rimane intatto.



Cappella dei principi
Dall’ambiente bianco e grigio della Sagrestia passiamo alla sontuosa Cappella dei Principi, dominata da una grande cupola. Qui trionfa il «commesso fiorentino», una decorazione fatta di pietre, marmi preziosi e lapislazzuli tagliati e incastrati con precisione, senza lasciare fessure. Una tecnica legata all’Opificio delle Pietre Dure, con costi enormi. Anche la cupola avrebbe dovuto essere rivestita di lapislazzuli, ma i Lorena interruppero il progetto e optarono per gli affreschi realizzati nell’Ottocento da Pietro Benvenuti.
Anna Maria Luisa e il Patto di Famiglia
Alle Cappelle Medicee partecipiamo anche ad una visita accompagnata gratuita, qui proposta per i visitatori ad intervalli regolari. L’ora di visita ci svela storie e segreti nascosti dietro le tombe della famiglia medici. Nella cripta riposa anche Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima rappresentante della linea granducale, la donna che con il Patto di Famiglia vincolò alla Toscana le collezioni accumulate dalla dinastia, evitando che si disperdessero con il passaggio ai Lorena. Dopo gli Uffizi e Pitti, il valore di quella scelta diventa concreto. Molto di ciò che oggi chiamiamo Firenze è rimasto qui anche grazie a lei. La cripta ospita circa cinquanta sepolture medicee, ma la sua ci colpisce più di tutte per l’eredità lasciata alla città e al mondo. Firenze ne celebra ancora la memoria il 18 febbraio, con la deposizione di una corona di fiori presso la sua tomba.



Lampredotto e schiacciata
Dopo Michelangelo e i Medici cambiamo completamente atmosfera e andiamo al Mercato Centrale, qui vicino. I banchi pullulano di gente e gli esercizi commerciali ci raccontano la Firenze dei mercati e del cibo popolare a tavola. Assaggiamo il Lampredotto della Famiglia Bambi e la schiacciata con salumi e formaggi toscani. È probabilmente il pranzo meno sofisticato del weekend e uno dei più divertenti.



Santa Maria Novella
Nel primo pomeriggio torniamo alla Basilica di Santa Maria Novella, che il giorno prima avevamo ammirato dall’esterno durante il free tour. Qui il gotico medievale incontra le geometrie del Rinascimento. La costruzione della nuova Basilica cominciò nel Duecento, con il sostegno delle più importanti famiglie fiorentine. Tra il 1456 e il 1470 Leon Battista Alberti completò la facciata per Giovanni Rucellai, il cui nome compare in evidenza sull’architrave. L’intera composizione si inscrive in un quadrato ideale, dove Alberti non cancella il gotico, ma lo integra in un linguaggio rinascimentale. All’interno ci attende la Trinità di Masaccio (1426-1428), capolavoro di prospettiva lineare centrica; il punto di fuga è all’altezza degli occhi dello spettatore e alla base un sarcofago con uno scheletro ricorda il memento mori, coinvolgendo chi guarda. Poi due capolavori, il Crocifisso di Giotto, nella navata centrale, risalente alla fine del Duecento, e quello ligneo di Brunelleschi nella Cappella Gondi. Nel primo il corpo sofferente sembra cedere alla gravità, con i piedi trafitti da un unico chiodo; nel secondo prevalgono equilibrio e armonia rinascimentale. Nella Cappella Tornabuoni gli affreschi di Ghirlandaio (1485-1490) raccontano anche la Firenze di Lorenzo il Magnifico, ritraendo la famiglia committente e protagonisti della cultura cittadina. Nella Cappella Strozzi, Filippino Lippi mostra un Rinascimento più inquieto, dal dinamismo nervoso. In pochi metri attraversiamo quasi due secoli d’arte. Ci perdiamo poi nel meraviglioso Chiostro Verde, che deve il nome al pigmento usato negli affreschi di Paolo Uccello. Qui le storie della Genesi e del Diluvio universale rivelano la sua passione per la prospettiva. Nella Cappella degli Spagnoli, antica sala capitolare, ammiriamo gli affreschi di Andrea di Bonaiuto, dove, secondo la simbologia domenicana compaiono cani bianchi e neri che difendono il gregge della Chiesa dai lupi, gli eretici, evocando anche il gioco di parole latino «Domini canes», i cani del Signore.
L’ultimo ricordo di Firenze ha un profumo
Prima di recuperare gli zaini facciamo un’ultima tappa all’Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella. Dopo due giorni trascorsi a guardare Firenze, adesso possiamo annusarla. Profumi, essenze e sale decorate che ci raccontano di una tradizione nata nel 1221. Assolutamente imperdibile!






Firenze-Pisa e poi casa
Torniamo alla Casa dei Tintori, recuperiamo gli zaini e salutiamo la coppia che ci aveva accolto appena arrivati. Alle 17:00 prendiamo il treno da Firenze per Pisa e da lì raggiungiamo a piedi l’aeroporto.
Nello zaino ideale del ritorno ci sono la Primavera e la Venere di Botticelli, la Tribuna, l’angelo di Leonardo, il San Giovanni Battista di Raffaello, Federico e Battista di Piero della Francesca, il Tondo Doni, la Madonna del Cardellino, Leone X, la Madonna delle Arpie, la Venere di Tiziano, la Medusa di Caravaggio, la Galleria Palatina, le icone russe, la Grotta del Buontalenti, Palazzo Vecchio, il Perseo di Cellini, Giambologna, San Matteo, i Prigioni, la Pietà di Palestrina, il David, gli strumenti musicali, la stanza segreta di Michelangelo e Anna Maria Luisa de’ Medici, Giotto, Masaccio, la facciata, gli interni e I chiostri della chiesa di Santa maria Novella.
Poi ci sono crostini e bistecca, testaroli e gnocchi al pesto, Chianti, lampredotto e schiacciata. E infine le persone, ovvero la coppia della Casa dei Tintori e soprattutto Silvio di 5 e Cinque.
Perché puoi prenotare gli Uffizi alle 8:15, il Corridoio Vasariano alle 10:15 e programmare un weekend quasi minuto per minuto ma quello che non puoi prenotare sono gli incontri. Si parte sempre per vedere dei luoghi e si torna ricordando soprattutto le persone.
-----INFORMAZIONI PRATICHE-----
Firenze si presta benissimo a un weekend senza automobile, ma i musei più richiesti vanno programmati prima. Gli orari e le tariffe possono cambiare, conviene sempre ricontrollarli sui siti ufficiali pochi giorni prima della partenza.
COME ARRIVARE E COME MUOVERSI
Noi siamo arrivati in aereo a Pisa da Brindisi e abbiamo proseguito in treno fino a Firenze Santa Maria Novella. È una soluzione molto pratica perché, una volta raggiunto il centro, quasi tutto il nostro itinerario si svolge a piedi. Se si arriva direttamente a Firenze in treno, Santa Maria Novella è già nel cuore della città. Per un weekend come questo l’auto non serve e può anzi diventare scomoda per la presenza della ZTL e dei parcheggi del centro.
Consiglio di scegliere scarpe comode. Tra musei, Boboli, Oltrarno e free tour si cammina moltissimo, spesso su pavimentazioni storiche e con parecchie ore in piedi.
DOVE ALLOGGIARE
Noi abbiamo scelto la Casa dei Tintori (https://www.casadeitintori.it/) , in Corso dei Tintori, a pochi minuti da Santa Croce. La posizione si è rivelata perfetta, centrale ma comoda sia per raggiungere gli Uffizi e Piazza della Signoria sia per attraversare l’Arno verso Pitti e Boboli. In più, dormire in un palazzo del Duecento ha aggiunto un piccolo pezzo di storia anche al soggiorno.
Per un weekend di 48 ore sceglierei comunque una sistemazione nel centro storico, indicativamente tra Santa Maria Novella, Duomo, Santa Croce e Oltrarno. Si risparmia tempo e si può rientrare facilmente anche la sera.
DOVE MANGIARE
· Osteria dei Pazzi (https://osteriadeipazzi.com/) la nostra prima cena fiorentina. Crostini toscani e bistecca alla fiorentina. Perfetta per entrare immediatamente nell’atmosfera gastronomica della città.
· 5 e Cinque (https://5ecinque.it/) in Oltrarno, la tappa che ricordiamo non soltanto per testaroli e gnocchi al pesto, ma soprattutto per l’accoglienza. Silvio ci ha letteralmente rubato il cuore.
· Acqua al 2 (https://www.acquaal2florence.com/it/) ideale se, come noi, preferite assaggiare più cose invece di scegliere un solo piatto. Abbiamo preso le degustazioni di primi e secondi accompagnate da Chianti.
· Mercato Centrale (https://www.mercatocentrale.it/firenze/) da inserire almeno una volta per un pranzo informale. Noi siamo andati sul classico con lampredotto e schiacciata.
Per i ristoranti della sera, soprattutto nel weekend, prenoterei in anticipo. Per il pranzo conviene invece mantenere un po’ di elasticità, perché i tempi delle visite ai musei possono facilmente allungarsi.
COSA VEDERE IN 48 ORE
Se avete soltanto due giorni, la nostra selezione è stata: Uffizi e Corridoio Vasariano; Palazzo Pitti con Galleria Palatina e Museo delle Icone Russe; Giardino di Boboli e Grotta del Buontalenti; un tour a piedi del centro storico; Galleria dell’Accademia con David, San Matteo, Prigioni, Pietà di Palestrina e Museo degli Strumenti Musicali; Cappelle Medicee; Basilica di Santa Maria Novella; Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella.
A questi luoghi aggiungerei il tempo per vivere la città senza biglietto: Piazza Santa Croce di sera, Piazza del Duomo, Piazza della Signoria, la Loggia dei Lanzi e soprattutto Ponte Vecchio al tramonto.
BIGLIETTI E PRENOTAZIONI
Uffizi e Corridoio Vasariano (https://www.uffizi.it/biglietti). Il Corridoio richiede prenotazione obbligatoria e, con il biglietto combinato, l’ingresso agli Uffizi avviene due ore prima dello slot del Corridoio. Nel nostro caso: Uffizi alle 8:15 e Corridoio alle 10:15. È una combinazione che funziona benissimo.
Galleria dell’Accademia (https://www.galleriaaccademiafirenze.it/) la prenotazione è fortemente consigliata perché senza fascia oraria l’attesa può essere lunga. Dal 2026 esistono anche biglietti cumulativi con i Musei del Bargello, utili se il soggiorno dura più di un weekend.
Cappelle Medicee (https://bargellomusei.it/musei/cappelle-medicee/) se volete visitare anche la Stanza Segreta di Michelangelo, controllate separatamente disponibilità e prenotazione. L’accesso è contingentato e non va dato per scontato con il normale ingresso alle Cappelle. Disponibili all’interno guide gratuite di un ora.
Palazzo Pitti e Boboli (https://www.uffizi.it/pagine/cumulativo-pitti-boboli) esistono biglietti combinati e pass con Uffizi e Corridoio Vasariano che possono essere convenienti se prevedete più sedi delle Gallerie degli Uffizi. Prima di acquistare biglietti separati vale la pena confrontare le formule disponibili.
Original Florence è un’associazione culturale di guide certificate e locali che amano la città e condividono cultura con gente di tutto il mondo. Prenotate per il free tour (https://www.originalflorence.com/it/).
QUANTO TEMPO DEDICARE ALLE VISITE
Per gli Uffizi prevederei almeno due ore, sapendo che sono comunque pochissime. Per Pitti almeno un’ora e mezza, di più se volete vedere con calma la Palatina e le altre raccolte. Boboli richiede almeno un’ora, meglio due con bel tempo. All’Accademia calcolerei circa un’ora e mezza per non ridurre tutto al David. Le Cappelle Medicee meritano almeno un’ora ed anche Santa Maria Novella.
Il nostro itinerario è stato molto intenso ma funziona se amate giornate piene e siete abituati a camminare. Se preferite un ritmo più lento, eliminerei una visita museale piuttosto che correre davanti alle opere.
COSA COMPRARE A FIRENZE
Il nostro acquisto più coerente con il viaggio è stato legato alla storica Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella (https://eu.smnovella.com/) profumi, essenze, saponi e prodotti che portano a casa anche un ricordo olfattivo della città.
Per un souvenir più tradizionale, Firenze resta legata alla lavorazione della pelle, alla carta marmorizzata e alla tradizione artigianale. Il consiglio è evitare gli acquisti frettolosi nelle bancarelle più turistiche e cercare botteghe in cui sia chiara la provenienza e la lavorazione del prodotto.
Per un ricordo gastronomico acquistate cantucci, prodotti toscani confezionabili per il viaggio e, se avete modo di trasportarlo correttamente, una buona bottiglia di Chianti.
COSA LEGGERE PRIMA DI PARTIRE
· “Firenze Segreta” di Giuliano Cenci, Sarnus Editore, X ristampa, 2008 per aneddoti e curiosità incredibili sulla città.
· “C’era una volta in Toscana: Storie, tradizioni e leggende della regione più ganza d’Italia” di GianMaria Vassallo, Giunti Editore, 21 ottobre 2025.
PICCOLI CONSIGLI CHE CI HANNO SEMPLIFICATO IL WEEKEND
Prenotate per primi Uffizi/Corridoio Vasariano e Accademia, poi costruite il resto dell’itinerario intorno a quegli orari. Non riempite ogni minuto, lasciate un margine tra una visita e l’altra. Portate una borraccia e scarpe molto comode. Controllate il meteo soprattutto per Boboli. Se viaggiate con zaino o bagaglio, scegliete un alloggio che ve lo custodisca dopo il check-out. Noi la domenica abbiamo lasciato gli zaini alla Casa dei Tintori e li abbiamo recuperati prima del treno.
E soprattutto approfittate delle visite accompagnate e delle spiegazioni disponibili nei musei. Alle Cappelle medicee durante la nostra visita, i tour gratuiti proposti a cadenza regolare ci hanno fatto scoprire dettagli e storie che altrimenti avremmo probabilmente perso. A Firenze spesso il vero capolavoro non è soltanto ciò che vedete ma la storia che si nasconde dietro ciò che state guardando.